Quella mattina tirava Bora, non un vento continuo e prevedibile, ma quello a raffiche, che per qualche secondo sembra lasciarti camminare tranquillo e poi torna di colpo, secco, facendoti rimettere a posto il passo.
Io e Nash siamo usciti lo stesso, un po’ per abitudine e un po’ perché con un cane certe cose le fai anche quando il tempo non invita davvero. Guinzaglio, chiavi, sacchetti, porta che si chiude alle spalle, e poi appena fuori capisci subito che quella non sarà la solita passeggiata.
Dopo pochi minuti abbiamo incontrato una persona anziana che stava rientrando. Aveva l’aria un po’ scossa e mi ha detto che più avanti una raffica l’aveva quasi buttata a terra. Mi sono fermato per un attimo, non proprio spaventato, ma con quella prudenza che ti arriva addosso quando qualcuno ti avvisa prima ancora che tu abbia capito bene com’è la situazione.
Nash era accanto a me, tranquilla. Non tirava per andare avanti, ma non sembrava nemmeno intenzionata a tornare indietro. Guardava, annusava, aspettava. Io invece ero lì a chiedermi se avesse senso continuare, se stessi esagerando o se bastasse fare ancora qualche metro per capire meglio.
Alla fine siamo andati avanti, senza nessuna voglia di fare gli eroi. Solo qualche passo in più, giusto per vedere com’era poco più avanti.
Non abbiamo fatto molta strada. A un certo punto ho visto una persona perdere l’equilibrio e cadere per una raffica. Si è rialzata quasi subito e per fortuna sembrava non essersi fatta nulla, però a me è bastato. Mi sono fermato di nuovo, con Nash vicino, e ho pensato che forse quella passeggiata non doveva per forza diventare il solito giro completo.
Lei mi ha guardato. Non uno sguardo veloce, di quelli che ogni tanto mi lancia per controllare dove sono, ma uno sguardo più fermo, più lungo. Non sembrava impaurita, almeno non nel modo in cui siamo abituati a pensare la paura. Sembrava piuttosto in attesa di capire che cosa avremmo fatto insieme.
È una cosa che con Nash mi capita spesso: lei legge quello che succede intorno, ma poi guarda anche me, come se cercasse di capire se siamo ancora dentro la stessa decisione. Quella mattina la sentivo così, non davanti a trascinarmi e non dietro a bloccarsi, ma vicina, presente, attenta a quello che facevo io e a quello che stava succedendo intorno a noi.
Ogni volta che mi fermavo, si fermava anche lei. Quando ripartivo e le dicevo “andiamo”, ripartiva senza esitazione. Non con entusiasmo, perché non c’era niente di entusiasmante in quel vento, ma con una specie di attenzione silenziosa che mi è rimasta impressa.
Di solito Nash cammina leggermente dietro o comunque molto vicina. Quella mattina, invece, a tratti era appena più avanti, come se volesse entrare per prima nel vento, ma continuava a voltarsi. Non stava andando per conto suo. Sembrava controllare se io ci fossi ancora, se stessimo ancora facendo la stessa cosa.
Forse sto leggendo molto dentro una passeggiata breve e scomoda, e magari quel giorno c’era solo vento, freddo e voglia di tornare a casa. Però in quel momento non mi sembrava una semplice uscita rovinata dal vento. Mi sembrava uno di quei momenti in cui le piccole cose che di solito non noti diventano più chiare: una pausa, uno sguardo, un passo più lento, un “andiamo” detto con un tono diverso.
Dopo un po’ ho deciso che bastava così. Non era una di quelle mattine in cui aveva senso insistere solo per finire il giro, anche perché certe volte il giro completo è più una nostra fissazione che una vera necessità. Abbiamo accorciato la passeggiata e siamo tornati verso casa.
Quando abbiamo imboccato la via del rientro, ho sentito Nash cambiare leggermente passo. Non tirava, ma sembrava più decisa, quasi sollevata. Forse ero sollevato anch’io, anche se non me lo sono detto subito.
Appena entrati nel portone, Nash mi è saltata addosso. Non lo fa quasi mai in quel modo, ma quella mattina sì. È stato un salto breve, improvviso, pieno di quella tensione che si scioglie tutta insieme. Mi sono chiesto se fosse solo eccitazione, e magari in parte lo era, ma a me è sembrato anche altro: come se fuori fosse rimasta concentrata per tutto il tempo e, una volta al sicuro dentro casa, avesse potuto finalmente lasciarsi andare.
Non credo ci fosse nulla di misterioso. Non c’era bisogno di parlare di sesto senso o di cose speciali. C’eravamo noi due, una mattina di Bora, qualche esitazione, qualche scelta fatta strada facendo e Nash che, come spesso accade, sembrava tenere insieme quello che vedeva fuori e quello che leggeva in me.
Ripensandoci, non direi che io stessi guidando lei, e non direi nemmeno che fosse lei a guidare me. Stavamo solo attraversando insieme una mattina un po’ più difficile del solito, ognuno con il proprio modo di capire le cose, e forse è proprio in giornate così che ti accorgi della differenza tra portare fuori un cane e camminare davvero con lui.