Un Pastore Australiano red merle e un Mastino Abruzzese si osservano durante un incontro all’aperto, evidenziando il contrasto tra un cane da conduzione attento e reattivo e un cane da guardiania calmo e riflessivo.
Nash e Leone: due modi diversi di essere cane, tra osservazione e protezione.

Nash e Leone: due modi diversi di essere cane

Storie di Nash · Frammenti di vita
Due modi diversi di essere cane

La prima volta che vidi Leone arrivare da lontano, cambiai marciapiede. Nash era ancora cucciola, e lui mi sembrò enorme. Era un Mastino Abruzzese, o Pastore Abruzzese, grande, fermo, imponente, con quella presenza che certi cani hanno senza bisogno di fare nulla. Non ringhiava, non tirava, non sembrava minaccioso, ma io, lo ammetto, mi spaventai lo stesso.

Lui e il suo proprietario ci guardarono da lontano con un’espressione che, ripensandoci oggi, sembrava quasi dire: “Ma di che avete paura?”. Forse avevano anche ragione, ma in quel momento io vedevo soltanto un cane molto grande, molto serio e molto diverso da quelli che ero abituato a incontrare con Nash.

Poi, come succede spesso nelle passeggiate di quartiere, iniziammo a incrociarci più volte. Una volta in strada, una volta vicino a uno spazio verde, un’altra ancora lungo un marciapiede. A forza di vedersi, anche un cane che all’inizio ti sembra solo enorme comincia a diventare una presenza conosciuta.

Col tempo mi dovetti ricredere. Leone non era affatto il cane minaccioso che mi ero immaginato la prima volta. Con Nash, anzi, aveva una pazienza sorprendente.

Lei gli girava intorno con tutta l’energia di una giovane Aussie. Lo invitava al gioco, lo provocava, cercava di smuoverlo, non sempre con grande delicatezza, perché da cucciola sembrava convinta che ogni cane, prima o poi, dovesse partecipare a qualcosa. Leone accettava, ma a modo suo, con quella goffaggine tenera dei cani grandi che vorrebbero anche giocare, ma non possono fingere di essere leggeri.

Il proprietario faceva fatica a trattenerlo, non perché Leone fosse fuori controllo, ma perché quando un cane così decide di muoversi il guinzaglio diventa subito una cosa seria. Lasciarlo libero non se la sentiva, e lo capivo bene. Con certi cani la responsabilità la senti tutta, anche quando sono tranquilli, anche quando sono disponibili, anche quando vorrebbero solo rispondere a un invito al gioco.

Una volta mi raccontò una cosa che mi rimase impressa. Mi disse che Leone poteva frequentare alcuni spazi verdi solo per un certo numero di volte, cinque o sei più o meno, perché poi quel posto iniziava a diventare suo. Non suo nel senso umano della proprietà, naturalmente, ma nel suo modo di leggere il mondo quel prato entrava in una mappa da custodire.

Questa cosa mi colpì molto, perché per Nash un posto era quasi sempre qualcosa da leggere, attraversare, annusare, condividere. Per Leone, invece, poteva diventare qualcosa da tenere sotto controllo. Non era un difetto, almeno non nel modo in cui lo raccontava il suo proprietario. Era una caratteristica da conoscere, rispettare e gestire.

Forse la differenza era tutta lì. Erano entrambi cani legati al mondo pastorale, ma venivano da due parti molto diverse dello stesso mondo. Nash è un cane da conduzione, quindi vive dentro una logica fatta di movimento, attenzione al gesto, cambiamento, direzione e coordinazione. Leone, invece, apparteneva alla guardiania, a quell’idea di cane che non deve spostare il gregge, ma custodire uno spazio, misurare le distanze, capire chi può entrare e chi deve restare fuori.

Guardandoli insieme, questa differenza diventava quasi evidente. Nash sembrava sempre pronta a chiedere cosa si facesse dopo, mentre Leone sembrava più interessato a capire se quello spazio fosse ancora sotto controllo. Lei portava addosso il movimento, lui la presenza. Lei cercava il segnale, lui misurava la distanza.

Con Nash, però, Leone faceva eccezione. L’aveva conosciuta da piccola, e forse questo aveva creato una specie di permesso stabile. Lei poteva avvicinarsi, girargli intorno, provare a coinvolgerlo, e lui non la trattava come un’intrusa. La tollerava con una calma che, vista da fuori, aveva quasi qualcosa di paterno.

Ricordo anche i racconti del proprietario sulla vita tradizionale di questi cani. Mi parlava di pane raffermo, caglio, scorze di formaggio, scarti lattiero-caseari, di un modo di vivere molto lontano dal nostro, più ruvido e meno protetto. Una volta mi disse perfino che Leone mangiava l’uva, cosa che oggi non prenderei mai come esempio da seguire, perché l’uva può essere pericolosa per molti cani. Però quel racconto mi rimase addosso come il frammento di un mondo diverso, dove uomini, cani e greggi vivevano dentro logiche molto lontane dalle nostre.

Poi gli anni sono passati, e anche il modo di incontrarsi tra Nash e Leone è cambiato. Nash non era più la cucciola che provava a trasformare tutto in gioco, e Leone non era più, per me, quel cane enorme da cui tenersi alla larga. Quando si vedevano, si annusavano per qualche istante, quel tanto che bastava per riconoscersi, e poi ognuno tornava nel proprio mondo senza bisogno di aggiungere molto altro.

Non erano amici nel senso romantico in cui spesso immaginiamo l’amicizia tra cani. Non giocavano sempre, non si cercavano con entusiasmo e non avevano bisogno di grandi dimostrazioni. Però si riconoscevano, e forse per due cani così diversi era già moltissimo.

Alla fine, di Leone non mi è rimasta la paura iniziale. Quella, anzi, oggi mi fa quasi sorridere. Mi è rimasta l’immagine di un cane grande, serio, paziente con Nash più di quanto avrei pensato, e capace di ricordarmi una cosa semplice: non tutti i cani vivono la relazione nello stesso modo.

Nash correva leggera, pronta a cambiare direzione appena qualcosa si muoveva: un mio gesto, uno sguardo, un cambio di ritmo. Leone, invece, stava fermo e imponente, con lo sguardo di chi non deve spostare il mondo, ma proteggerlo.

Nash cercava il movimento, il contatto e il segnale, mentre Leone custodiva lo spazio, misurava le distanze e decideva chi poteva entrare e chi no. Non era freddezza, e non era minor legame. Era un altro vocabolario.

Forse con cani così diversi la cosa più importante è proprio non costringerli dentro la stessa idea di relazione. Alcuni cani ti vengono incontro. Altri ti lasciano entrare. E quando succede, anche in silenzio, non è poco.

Storie di Nash Un frammento di vita quotidiana con Nash.