Prima di Nash, il Pastore Australiano era ancora un’idea. Non c’erano il suo muso, le sue abitudini, le sue stranezze quotidiane o quel modo tutto suo di osservare le cose prima di decidere cosa fare. C’era soltanto una domanda che, allora, mi sembrava abbastanza semplice: quale cane sarebbe stato adatto a noi?
Come spesso mi succede, però, riuscii a complicare anche quella scelta. Non mi bastava capire quale razza mi piacesse di più. Cercavo di immaginare il tipo di relazione che avrei avuto con quel cane, cosa avrei potuto aspettarmi e, soprattutto, cosa sarebbe stato giusto chiedergli.
Sapevo abbastanza bene cosa non cercavo. Non mi vedevo con un nordico, un molossoide, un cane da caccia o un cane selezionato soprattutto per la compagnia. Non perché non li apprezzassi, ma perché sentivo di desiderare un altro modo di stare insieme.
Mi attiravano i cani da pastore. Li immaginavo attenti, collaborativi, capaci di leggere ciò che accade e di partecipare senza limitarsi a eseguire. Naturalmente allora non avevo ancora capito quanto fosse ampia quella definizione e quanti mondi diversi potesse contenere.
Io cercavo soprattutto un cane da conduzione, anche se probabilmente non avrei saputo dirlo con questa chiarezza. Volevo un cane abituato a lavorare vicino all’uomo, attento ai suoi segnali, ma capace anche di mantenere una propria iniziativa. Per questo non mi orientai verso i cani da guardiania, affascinanti proprio per la loro autonomia, ma lontani dal tipo di relazione che immaginavo.
Per un periodo considerai anche il Lagotto Romagnolo, che però non convinceva del tutto la famiglia. Alla fine rimasero tre possibilità: il Collie, il Border Collie e il Pastore Australiano.
Il Collie mi trasmetteva un’idea di sensibilità più morbida e riflessiva. Il Border Collie mi affascinava per la sua intelligenza operativa, ma mi faceva anche pensare a una responsabilità che non ero sicuro di voler assumere. L’Aussie sembrava raccogliere molte delle cose che cercavo: rusticità, energia, presenza, intelligenza, legame con la famiglia e una certa autonomia mentale.
Più leggevo, più capivo che non sarebbe stato un cane semplice, ma forse era proprio questo a interessarmi. Mi attirava l’idea di un cane capace di lavorare con l’uomo senza aspettare necessariamente un’istruzione per ogni singolo passo, pronto a leggere, anticipare e prendere iniziativa quando serviva.
La decisione arrivò senza grandi scene. A un certo punto il Pastore Australiano rimase lì, mentre le altre possibilità iniziarono lentamente a perdere forza. Fu una scelta condivisa in famiglia, anche se nessuno di noi poteva sapere davvero cosa avrebbe significato.
La conferma arrivò durante le visite in allevamento. L’allevatore aveva una lunga esperienza con la razza e non cercava di presentarcela come perfetta. Parlava delle sue qualità, ma anche delle difficoltà, delle differenze tra i soggetti e di ciò che sarebbe stato necessario imparare.
Ricordo ancora quelle conversazioni. Uscivo dall’allevamento con la sensazione di aver partecipato a una lezione più che a una semplice visita per scegliere un cucciolo. Mi veniva raccontato un cane con una storia, una funzione e un modo preciso di stare nel mondo, non soltanto un bel mantello o un carattere riassunto in poche righe.
Pensavo di aver capito abbastanza, poi arrivò Nash e tutte quelle idee dovettero fare i conti con un cane vero.
Il periodo da cucciola fu quello che ci mise maggiormente alla prova. Eravamo in tre a occuparci di lei e, nonostante questo, non fu semplice. Nash era rapida, intensa e sempre presente. Non occupava soltanto lo spazio fisico della casa, ma anche quello mentale, perché ti costringeva a prestare attenzione a ciò che facevi, al modo in cui parlavi e a tutto quello che accadeva intorno.
Ci avevano avvertiti della sua energia, ma essere avvertiti e viverla ogni giorno erano due cose molto diverse. A volte bastava un attimo di distrazione perché lei fosse già intenta a fare qualcosa che noi non avevamo previsto; altre volte sembrava aver capito cosa stesse per succedere prima ancora che lo capissimo noi.
Fu impegnativo, a tratti anche spiazzante, e non voglio raccontarlo come se fosse stato tutto semplice solo perché oggi riesco a guardarlo con maggiore serenità. Piano piano, però, iniziammo a capirci e proprio in quel periodo cominciai a fare una cosa che non ho più smesso: osservare Nash.
Non limitarmi a vedere ciò che faceva, ma provare a capire perché lo facesse proprio in quel modo. Perché reagisse ad alcuni segnali e ne ignorasse altri, perché una richiesta sembrasse chiarissima in un momento e incomprensibile poco dopo, oppure perché a volte fosse perfettamente dentro la situazione e altre sembrasse seguire un pensiero tutto suo.
All’inizio cercavo risposte veloci. Avevo bisogno di poter dire che Nash faceva una certa cosa perché era testarda, troppo energica, sensibile oppure distratta. Le etichette rassicurano, perché danno l’impressione di aver messo ordine, ma con lei quell’ordine durava poco.
Se la definivo testarda, perdevo i momenti in cui stava semplicemente cercando di capire. Se la consideravo iperattiva, non vedevo quanto sapesse essere calma quando non c’era nulla di significativo da fare. Se pensavo che fosse distratta, spesso scoprivo che aveva notato qualcosa che a me era completamente sfuggito.
Così ho iniziato a cambiare domanda. Non più soltanto: “Come faccio a farle fare questa cosa?”, ma anche: “Perché, proprio adesso, sta rispondendo così?”.
Può sembrare una differenza piccola, ma per me ha cambiato molto. Mi ha costretto a guardare non solo Nash, ma anche quello che era accaduto prima, il tono che avevo usato, la chiarezza della richiesta e ciò che lei poteva aver visto o sentito mentre io ero concentrato soltanto sul risultato che volevo ottenere.
Ancora oggi credo di comprenderla abbastanza, ma non del tutto. Diciamo un buon ottanta per cento, se proprio devo dare un numero. Il resto rimane aperto, fatto di reazioni che capisco soltanto dopo, piccole scelte che mi sorprendono e comportamenti sui quali continuo a interrogarmi.
Una volta quel margine mi avrebbe infastidito. Avrei voluto una spiegazione più sicura e ordinata, quasi un manuale interno da consultare ogni volta che Nash usciva dal copione. Oggi, invece, penso che proprio quel margine abbia mantenuto viva la mia curiosità.
Quando abbiamo scelto il Pastore Australiano pensavo soprattutto alla razza che stavamo portando a casa. Con Nash ho capito che la razza poteva offrirmi una cornice, ma dentro quella cornice avrei dovuto conoscere lei, con il suo carattere, le sue preferenze e un modo di leggere il mondo che non coincideva sempre con quello descritto nei libri.
Prima di Nash cercavo di capire quale razza scegliere; dopo il suo arrivo ho iniziato a chiedermi quanto fossi davvero disposto a osservare il cane che avevo davanti, senza costringerlo a diventare quello che avevo immaginato.