Stavamo tornando dalla passeggiata quando Nash si è fermata vicino ai gradini di una scuola. C’era un bel sole, uno di quelli che in inverno sembrano fatti apposta per convincere un cane a sdraiarsi, e lei non se l’è lasciato scappare. Ha rallentato, ha scelto il punto esatto e si è sistemata a terra con quell’aria tranquilla di chi non sta chiedendo il permesso, ma sta solo comunicando una decisione.
Io l’ho guardata e mi sono seduto accanto a lei, quasi senza pensarci. Mi sembrava normale: lei si ferma, io mi siedo, restiamo lì qualche minuto e poi ripartiamo. Con Nash succede spesso che una passeggiata cambi forma strada facendo, perché il percorso non è mai soltanto quello che ho deciso io prima di uscire.
Quella mattina, però, qualcosa non tornava. Dopo pochi secondi si è alzata, è venuta verso di me e ha infilato la testa sotto la mia ascella, spingendo piano, ma abbastanza da farmi capire che, secondo lei, io lì seduto non dovevo starci. Ho pensato che volesse ripartire, così mi sono alzato e ho aspettato il solito movimento verso casa, ma lei è rimasta ferma vicino ai gradini, senza tirare e senza guardare avanti.
Mi sono risieduto, ancora un po’ incerto, e lei ha rifatto la stessa cosa. Testa sotto il braccio, piccola spinta, sguardo tranquillo. A quel punto ho iniziato a chiedermi se fossi io a non capire, come spesso succede con lei quando mi manda segnali chiarissimi e io ci arrivo con qualche minuto di ritardo.
Sono rimasto in piedi e, appena l’ho fatto, Nash si è sdraiata di nuovo nello stesso punto. Ha sistemato il corpo, ha appoggiato la testa e dopo poco ha chiuso gli occhi. Non era la solita pausa vigile, con le orecchie pronte a controllare tutto; questa volta si è lasciata andare davvero, come se avesse deciso che per qualche minuto poteva anche smettere di sorvegliare il mondo.
Solo allora ho capito, o almeno mi è sembrato di capire. In quel punto si era fermata altre volte, ma di solito restava attenta a chi passava, ai rumori, ai movimenti intorno a noi. Quella mattina, invece, voleva riposare sul serio, e forse per riuscirci aveva bisogno che io non fossi seduto accanto a lei nella stessa pausa, ma in piedi, vicino, a fare quello che di solito fa lei.
Vista da fuori doveva essere una scena un po’ ridicola: Nash tranquilla al sole e io fermo accanto ai gradini di una scuola, come se stessi controllando l’ingresso. Però in quel momento aveva un senso, e forse mi è rimasta impressa proprio per questo. Non c’era niente di speciale, eppure c’era tutto quel piccolo modo che abbiamo io e lei di capirci a tentativi.
Mi sono chiesto se stessi leggendo troppo dentro un gesto semplice, e forse un po’ sì. Con i cani bisogna sempre lasciare spazio al dubbio. Però Nash non era agitata, non era insicura e non mi stava chiedendo di andare via. Mi aveva solo spostato, con calma, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Quando poi l’ho raccontato a mia moglie, lei ha sorriso con quell’espressione di chi ormai si aspetta da me questo genere di racconti. Io le ho detto che lei Nash la porta nei centri commerciali, quindi non può pretendere che le succedano le stesse cose; al massimo, prima o poi, potrebbe aspettarsi che le spinga il carrello.
Alla fine non è successo nulla di importante. Nash voleva dormire al sole, io ci ho messo un po’ a capirlo, e quando finalmente ho preso il posto giusto lei si è addormentata. Tradotta in parole umane, quella scena suonava più o meno così: oggi il cane da guardia lo fai tu.