Un Australian Shepherd blue merle seduto accanto a un Quarter Horse in un maneggio recintato, con colline verdi sullo sfondo. L’immagine richiama il legame storico tra i primi Aussie arrivati in Italia e il mondo dei cavalli western.
Alle origini dell’Australian Shepherd in Italia: il cane dei ranch western e dei Quarter Horse.

Quando tutto è cominciato: i primi Australian Shepherd in Italia

Alla fine degli anni Novanta il Pastore Australiano era ancora quasi sconosciuto in Italia. Non era la razza che oggi vediamo nei ring, nei gruppi Facebook, nelle famiglie o negli allevamenti specializzati. Per molti era semplicemente un cane particolare, arrivato quasi per caso accanto ai Quarter Horse americani: cani magnetici, instancabili, con un aspetto insolito e uno sguardo capace di colpire subito chi li incontrava nei maneggi.

In quegli anni, l’Aussie non entrava in Italia attraverso un percorso cinofilo già strutturato. Entrava spesso dal mondo western, dalle scuderie, dalle gare di reining, dai ranch e dagli ambienti in cui il cavallo americano aveva già creato una piccola comunità di appassionati. Dove arrivavano i Quarter Horse, non era raro vedere comparire anche quei cani colorati, vivaci, intelligenti, così diversi dai pastori più conosciuti dal pubblico italiano.

Molti di quei primi soggetti non avevano un pedigree riconosciuto dall’ENCI e, fino al riconoscimento pieno del percorso legato ai registri ufficiali, potevano essere guardati con una certa diffidenza. I pedigree ASCA, pur importanti nel mondo d’origine della razza, non erano ancora inseriti con naturalezza nel sistema italiano. Così alcuni Australian Shepherd venivano liquidati in modo sbrigativo come “bastardini americani”, non perché mancasse loro una storia, ma perché quella storia non era ancora leggibile attraverso gli strumenti cinofili allora più familiari in Italia.

Solo più tardi l’Aussie avrebbe iniziato a essere percepito anche da noi come una razza vera e propria, con una propria identità, uno standard, linee di sangue riconoscibili e allevatori impegnati a costruire un percorso selettivo più stabile.


Gli Australian Shepherd sono arrivati in Italia soprattutto “dietro ai Quarter Horse”. È un’espressione semplice, ma rende bene l’idea. All’inizio non c’era ancora un movimento autonomo attorno alla razza. C’erano piuttosto persone che frequentavano il mondo western, appassionati di cavalli americani, scuderie, ranch e contesti in cui l’Aussie veniva visto prima di tutto come cane legato a quel modo di vivere.

Questa ricostruzione non vuole essere un elenco ufficiale e definitivo. È una sintesi basata su testimonianze dirette, ricordi personali e materiali dell’epoca. Alcune realtà sono documentate con maggiore sicurezza, altre emergono con forte probabilità di co-presenza tra cavalli americani e Australian Shepherd già tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila.

Tra le realtà sicuramente presenti in quegli anni va ricordata Dos Lunas, in provincia di Padova, che avviò l’attività con i primi pastori arrivati in Italia dietro ai Quarter Horse verso il 1998, inizialmente con pedigree ASCA. Con il tempo, questa esperienza avrebbe contribuito a far conoscere la razza anche fuori dall’ambiente strettamente western.

Un altro nome importante è Apple Fruit, in Piemonte. La fondatrice ha raccontato di aver incontrato l’Australian Shepherd proprio grazie ai Quarter Horse e alle gare di reining. L’affisso ENCI “Apple Fruit” verrà registrato nel 2008, ma la presenza di Aussie in scuderia risale già agli anni precedenti, dentro una storia personale e cinofila nata prima nel mondo dei cavalli che in quello delle esposizioni.

Accanto a queste realtà, diversi materiali dell’epoca — siti storici, brochure, ricordi e testimonianze — fanno emergere anche altri ranch e scuderie western in cui il binomio Quarter Horse e Australian Shepherd era particolarmente evidente. Tra questi si possono ricordare Pietra Cavalla Ranch, sul Lago di Garda, con attività western e una sezione dedicata agli Australian Shepherd; Paradiso Ranch, a Caprino Veronese, dove l’allevamento di Australian Shepherd compariva tra i servizi offerti; Allevamento del Tevere, presentato come realtà legata ad Australian Shepherd Dogs e Quarter Horse; C.P. American Horses / CP Ranch, con sezioni dedicate a Quarter Horse, Paint Horse e Pastore Australiano; e Passion Fruit, spesso indicato pubblicamente come realtà legata sia all’Australian Shepherd sia al Quarter Horse.

Questi nomi raccontano bene il clima di quel periodo. L’Aussie, in Italia, non nasce inizialmente come cane da famiglia nel senso moderno del termine. Arriva prima come cane da ranch, da scuderia, da ambiente western, da persone che già guardavano agli Stati Uniti non solo per i cavalli, ma anche per un certo modo di intendere il lavoro, la vita all’aperto e il rapporto con gli animali.


Tra le figure che hanno contribuito a far conoscere il Pastore Australiano in Italia va ricordato anche Richard Elman, handler professionista. Chi frequentava i ring in quegli anni ricorda spesso la sua presenza alle esposizioni, soprattutto nel Nord Italia, con soggetti Australian Shepherd preparati e presentati con grande cura.

La toelettatura, la gestione in ring, la conduzione e l’attenzione alla resa complessiva del cane rappresentavano, per molti, un modo nuovo di vedere l’Aussie. Non più soltanto il cane arrivato dal mondo western, affascinante e un po’ misterioso, ma anche un soggetto da esposizione, da osservare nel movimento, nella costruzione, nel mantello, nella presentazione.

In particolare, in quegli anni il mantello blue merle colpiva moltissimo il pubblico. Era uno dei tratti che rendevano l’Aussie immediatamente riconoscibile e diverso da molte razze già note. Il lavoro di chi sapeva presentare questi cani in modo tecnico contribuì quindi a diffondere una cultura più attenta attorno all’Australian Shepherd, spingendo allevatori e proprietari a guardare non solo alla bellezza immediata del soggetto, ma anche alla sua preparazione, al movimento e alla coerenza complessiva con il tipo.


Alle spalle dei primi soggetti importati in Italia c’erano linee statunitensi ben precise. Senza entrare qui in un’analisi dettagliata dei pedigree, si possono comunque riconoscere alcune grandi famiglie di sangue che hanno contribuito a costruire l’ossatura della selezione italiana.

Linee come Las Rocosa, più legate alla funzionalità e al lavoro sul bestiame, hanno rappresentato una parte importante dell’immaginario working della razza. Twin Oaks viene spesso ricordata come linea storica dual purpose, capace di tenere insieme, almeno in parte, lavoro e morfologia. Altre linee, come Heatherhill, Crown Point e Bayshore, hanno dato un contributo importante allo sviluppo del tipo da esposizione, anche attraverso importazioni mirate da parte di affissi italiani come Moon Shine Blue e Del Whimper delle Grandes Jorasses.

Molti Australian Shepherd che oggi vediamo nei ring italiani, o che incontriamo nelle genealogie dei soggetti attuali, hanno radici che passano più o meno direttamente da queste linee. Naturalmente, ogni pedigree racconta una storia diversa, ma è difficile capire l’evoluzione dell’Aussie in Italia senza ricordare il ruolo di questi ceppi americani.


Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila iniziano a comparire anche le prime cucciolate regolarmente registrate ENCI. È il momento in cui l’Australian Shepherd smette poco alla volta di essere solo “il cane del maneggio” e comincia a diventare una razza allevata in modo più strutturato anche in Italia.

Senza alcuna pretesa di completezza, tra gli affissi che hanno segnato in modo particolare la storia dell’Aussie nel nostro Paese si possono citare Fattoria Lungargine, Moon Shine Blue, Apple Fruit, Morwit, Ca’ Faggia, Patchwork Kennel, Dos Lunas e Del Whimper delle Grandes Jorasses.

Ognuno di questi allevamenti ha contribuito con scelte diverse: importazioni, monte, cucciolate, collaborazioni, studio delle linee, partecipazione alle esposizioni, presenza sul territorio e lavoro quotidiano con la razza. Non tutti hanno seguito la stessa direzione e non tutti hanno interpretato l’Aussie allo stesso modo. Proprio per questo, però, insieme raccontano una fase fondamentale: quella in cui il Pastore Australiano ha cominciato a costruire anche in Italia una propria storia cinofila riconoscibile.

La selezione dell’Aussie italiano è nata da importazioni mirate, monte condivise tra allevatori, collaborazioni tra persone che vivevano la razza sul campo e molta passione personale. Dietro i nomi degli affissi ci sono viaggi, maneggi, esposizioni, scelte difficili, studio dei pedigree e tentativi, non sempre semplici, di portare in Italia una razza ancora poco compresa.


Oggi, quando guardiamo un Pastore Australiano in esposizione, in famiglia, nello sport o semplicemente accanto al suo proprietario, vediamo anche il risultato di quel lavoro pionieristico. Un lavoro spesso portato avanti in silenzio, tra scuderie, viaggi per expo, ore passate a studiare linee di sangue e un entusiasmo che precedeva di molto la popolarità attuale della razza.

Conoscere “quando tutto è cominciato” non è soltanto un esercizio di memoria. È un modo per ricordare che ogni cucciolo che entra nelle nostre case porta con sé una storia molto più grande: una storia fatta di persone, luoghi, cavalli, cani importati, registri non sempre riconosciuti, scelte di selezione e passaggi che hanno costruito, passo dopo passo, l’Aussie che conosciamo oggi.

Se hai vissuto quegli anni, se hai fotografie, cataloghi, vecchi siti salvati, ricordi di esposizioni, maneggi, cucciolate o soggetti che hanno fatto parte dei primi passi dell’Australian Shepherd in Italia, ogni contributo può essere prezioso. Questa ricostruzione non vuole chiudere la storia, ma raccoglierla, completarla e restituirle il posto che merita.